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Scarlett O’Hara – Un’eroina fuori dal suo tempo?

Scarlett O’Hara. Probabilmente una delle eroine più note e controverse della letteratura e del cinema.

Egocentrica, avida, senza scrupoli. Resiliente, tenace, intraprendente, coraggiosa.

Riesce a farsi odiare ed amare in egual misura ma leggendo la sua storia, è inevitabile comprendere che prima di tutto, Rossella o Scarlett, è vittima – riottosa – della morale del suo tempo.

Una grossa dicotomia dilania il suo personaggio fin dall’inizio: da un lato c’è la brava gentildonna del Sud, quella perfettamente incarnata da sua madre Ellen e da Melanie, le cui due figure si passano il testimone prima e sovrappongono infine nella vita di Scarlett.

Dall’altro c’è quella che Margaret Mitchell chiama «la parte irlandese» di Scarlett, quella ereditata dal padre, che è avventurosa, inquieta, ostinata, riluttante ad essere diversa da quella che è, solo per compiacere gli altri.

Scarlett imparò a nascondere agli uomini l’acuta intelligenza dietro un visetto dolce e mite come quello di una neonata. (p. 83)

Da un lato c’è una società che la vorrebbe sciocca, buona, altruista, perfettamente a modo, modesta, silenziosa; dall’altro c’è un istinto che molto presto ha il sopravvento e che la costringe a prendere in mano la sua vita a qualunque costo, anche quello di diventare paria per i suoi conoscenti. In un altro contesto storico-geografico, Scarlett sarebbe stata amata, stimata, temuta da tutti; nell’America della Ricostruzione, la giovane O’Hara è disprezzata e, malgrado quello che dica nel romanzo, è chiaro che quella solitudine e quel rifiuto la facciano soffrire.

La dicotomia fra il “dover essere” e il vero “essere” si perpetua nel romanzo attraverso i numerosi dualismi presenti nella vita di Scarlett.

Il mio problema invece è sempre stato cercare di non essere me stessa! (p. 1064)

In primo luogo, Tara-Atlanta. La bucolica residenza natia di Scarlett, con la sua terra rosso sangue, i suoi filari di cespugli e i tramonti mozzafiato, dove affondano le radici dell’animo della ragazza, luogo di duro lavoro ma anche sinceri e semplici rapporti. Dall’altro c’è Atlanta: dinamica, resiliente come Scarlett, intraprendente, dove tutto sembra possibile, dove le convenzioni sociali possono essere spinte al limite in virtù di un apparente libertà e possibilità economiche nuove.

Scarlett è divisa tra le due: attratta da Atlanta, nella quale si identifica perché vi legge la stessa voglia di ribellione che anima il suo spirito irlandese ma nei momenti di crisi, quelli più dolorosi, è a Tara che corre. La familiare Tara, i cui contorni le ricordano che c’è sempre speranza, che lei ce la può fare.

Le pareva quasi di sentire il polso costantemente accelerato della città battere all’unisono con il suo. (p. 180)

Un rapporto, quello con Tara, che diventa più sanguigno dopo il periodo in cui la tenuta degli O’Hara rivive grazie ai suoi sforzi. Il legame con la residenza di famiglia, l’amore per la terra – che per stessa ammissione di Scarlett è superiore all’amore per chiunque essere umano della sua vita – il ricordo – o per meglio dire, le cicatrici – lasciatole dal periodo in cui lei e i suoi patirono la fame, diventano il motore della vita di Scarlett. L’altare sul quale sacrifica ogni pezzo di Ellen che le era rimasto dentro.

L’altro grande dualismo – probabilmente il più famoso – è quello fra i due uomini della sua vita: Ashley Wilkes e Rhett Butler.

Da un lato abbiamo Ashley, lo specchio delle aspettative che la società del Sud aveva per le fanciulle: gentiluomo, educato, istruito, cresciuto per vivere di rendita sulle spalle del duro lavoro nelle piantagioni. Ashley è anche l’unico pretendente della giovane Scarlett che non cede alle sue arti, rafforzando l’ostinazione della ragazza nel desiderarlo, e divenendo proiezione di tutto ciò che lei non potrà mai ottenere ma allo stesso tempo desidera: essere come vorrebbe la società del Sud. Solo troppo tardi Scarlett capirà di non aver amato il vero Ashley ma la proiezione delle sue speranze e che forse, se l’uomo avesse scelto lei e non Melanie, non sarebbero stati felici insieme perché lei avrebbe sempre dovuto fingere di essere qualcuno che non è.

Ashley non è mai esistito, se non nella mia immaginazione, pensò fiaccamente. Amavo qualcosa che mi ero inventata io, qualcosa che è morto così come è morta Melly. Avevo confezionato un bell’abito e me ne ero innamorata e quando Ashely si presentò in groppa al suo destriero, così bello, così diverso, gli misi addosso quell’abito e glielo feci portare senza badare a che gli andasse bene o no. Mi sono sempre rifiutata di vederlo com’era veramente. Ho persistito ad amare quel bell’abito, e non lui. (p. 1172)

Dall’altro abbiamo Rhett, così simile a Scarlett da essere l’unico in grado di vederla per quello che è realmente. Rhett è tutto ciò che Scarlett odia di se stessa: l’avidità, l’arrivismo, la scaltrezza dell’uomo sono ciò che Scarlett possiede ma giustifica con la volontà di non patire più la fame. Scarlett rifiuta anche solo l’idea di potere amare Rhett perché ammettere di essere innamorata di lui implica ammettere che l’ideale rappresentato da Ellen e Melanie, è un ideale al quale lei non potrà mai conformarsi; nel quale non si riconosce. Capire che essersi incaponita nell’amare l’ideale di Ashley le aveva impedito di comprendere quanto amasse Rhett, è ciò che la risveglia del tutto.

Questo meccanismo a specchio è presente anche nel rapporto di odio/amore che la lega a Melanie. La moglie di Ashley diventa un parallelo della madre di Scarlett: un esempio di perfezione al quale Scarlett ambisce ma non vuole conformarsi, un modello di comportamento che la giovane O’Hara rifiuta ma dal quale trae forza e che la ama senza condizioni. Scarlett comprende troppo tardi l’importanza che Melanie ha nella sua vita ed è solo quando finalmente capisce che vedere Melanie equivaleva a vedere tutto ciò che lei non era in grado di essere, che Scarlett comprende quanto le figure di Mrs Wilkes e di Ellen O’Hara fossero state importanti nella sua vita.

Tutt’a un tratto fu come se dietro quella porta chiusa giacesse in punto di morte Ellen, e Scarlett di ritrovò a Tara con il mondo che le crollava addosso, disperata al pensiero di non poter andare avanti senza la forza formidabile dei deboli, dei miti, dei puri di cuore. (p. 1168)

Scarlett è un’unica grande contraddizione: nei suoi pensieri è meschina ed egoista ma poi sacrifica se stessa per poter mantenere coloro che la circondano. La leggiamo preoccuparsi dei suoi abiti e del suo aspetto ma poi non ha paura a sporcarsi le mani. Se è vero che nel corso del libro diventa man mano sempre più gretta è anche vero che il suo percorso non è in direzione di una redenzione spirituale – per così dire – ma verso l’appropriazione di se stessa. L’accettazione di sé, quella autentica, che non consiste nell’infischiarsene dell’opinione altrui ma nel rendersi conto che Ashley/il sogno della perfezione sono, per l’appunto, solo un sogno, un’illusione, mentre la realtà/Rhett è ciò che vuole veramente e che la può rendere felice.

Il personaggio di Scarlett si può amare o odiare ma è impossibile per me non ammirare profondamente la sua tenacia che come «coloro che non sanno cosa sia la sconfitta nemmeno quando l’hanno di fronte» le fa rialzare la testa perché «dopotutto, domani è un altro giorno».

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The Lady and Her Books. WTF?

La domanda nasce spontanea, come usava dire Lubrano anni fa nel suo programma tv: perché? Chi è la Lady?

La Lady è Ella Fitzgerald.

Il nome è venuto fuori ascoltando la sua musica. Non sapevo cosa scegliere, anni fa, come nickname su Telefilm Addicted, per cui andai d’istinto, ed ora, dopo 7 anni e qualche modifica, eccolo qui.

Ascoltavo la versione di “Blue Moon” che la Fitzgerald fece ad Hollywood nel ’56. Come sempre la grande artista del jazz, divertiva se stessa e il pubblico con i suoi giochi di voce, le sue improvvisazioni, quando feci caso che quella versione non era solo molto più ritmata delle solite ma…era proprio diversa.

Ella dialogava col pubblico. Ad un certo punto la si sente distintamente dire che sperano di aver esaudito la richiesta del pubblico anche se hanno “incasinato” (messing up nel testo) la canzone.

E non era nemmeno la prima volta.

Quando cantò “Mack the Knife” a Berlino, non ricordò un pezzo della canzone ed inventò. Stessa cosa fece interpretando “Hello Dolly”.

La sua grandezza non era la sua voce ma la capacità di navigare a vista con l’orchestra. Quel giocare con le parole e le note. Ascoltarla significa percepire il suo divertimento nel cantare.

Ed io ho sempre detto che se potessi reincarnarmi in un personaggio del passato sceglierei lei non perché sia stata una delle più grandi ma perché ha saputo trasmettere quanto amasse fare quel che faceva e quanto si divertisse nel farlo.

E la parte “her books” del nome? Bhè, nel blog parlerò moltissimo di libri ma non solo di quello. Non temete. Si parlerà di musica, di cinema e tv ma anche delle avventure della vita di tutti i giorni.

Questo blog compie i primi passi in un periodo nero per l’Italia e per il Mondo intero.

Ed oggi ho pensato di partire da lì per il mio primo vero post sul blog.

Voglio poter ridere e far ridere anche voi delle assurdità di questa situazione.

Nella tragedia c’è sempre un po’ di commedia e per sopravvivere, dobbiamo imparare a riderne.