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Le dieci vere ragioni per cui la letteratura aglosassone sforna capolavori a manetta, e quella italiana no

Una riflessione molto interessante. Io stessa leggo molti più libri stranieri che italiani, da sempre mi chiedo perché.

Bottega di narrazione - Corsi e laboratori di scrittura creativa

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Siamo sicuri che la letteratura anglosassone sforni capolavori a manetta? Non è che, semplicemente, hanno un buon ufficio stampa?

2. Da Wikipedia, s.v. Lingua inglese: “Si calcola che i parlanti inglese come lingua madre siano circa 400 milioni, mentre sono circa 300 milioni coloro che lo parlano accanto alla lingua nazionale o nativa. Sono infine circa 200 milioni quelli che lo hanno appreso a scuola, in paesi dove questa lingua non è in uso”. Quanto all’italiano, invece, “le stime della Società di Linguistica Internazionale valutano che al mondo esistano circa 61,7 milioni di persone in grado di parlare italiano: 55 milioni di questi sono residenti in Italia e 6,7 sono residenti all’estero” (sempre Wikipedia, s.v. Lingua italiana). Supponendo che il genio letterario sia uniformemente distribuito, e considerando che molti autori di lingue “minori” scrivono in inglese e non nella…

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Passare il tempo ai tempi del Coronavirus – MisterChef

Da persona che non aveva così tanto tempo libero da almeno 10 anni (vacanze comprese), ammetto di capire perfettamente chi non sa più cosa inventarsi per occupare le giornate.

Tra gli hobby della quarantena, ce n’è uno che va per la maggiore: la cucina.

Ma non una cucina qualsiasi: una carbonara fatta bene, un’amatriciana coi fiocchi, la carne arrostita in balcone.

No, abbiamo tagliatelle fatte in casa con punte di asparagi, crema di bietole e profumo di…curry.

(ok, la ricetta l’ho chiaramente inventata senza riflettere. Non la fate. Potreste morire)

Gente che fino al giorno prima non era in grado di cucinare la pasta, fotografa piatti che Canavacciuolo sarebbe orgoglioso. E io invidiosa.

Io però ho elaborato una teoria in merito.

Siccome gran parte degli ingredienti comuni scarseggiano nei supermercati, si compra tutto quello che si trova e poi si fa come faccio io quando ho cibo in scadenza.

Google – Ricette con ingrediente X e ingrediente Y – Proviamo!

Oppure è solo la nostalgia per i ristoranti e le pizzerie.

Oh, le pizzerie!

Italiani, popolo di panificatori e pizzaioli.

Da quando ho scritto l’ultima volta ho ricevuto un colpo di fortuna. Ero in coda alla cassa del supermercato, rassegnata a non cancellare mai il lievito dall’elenco della spesa, quando alzo gli occhi e chi vedo? IL LIEVITO!

Mi sono immaginata una di quelle musichette celestiali. Ho persino aggiustato gli occhiali per essere sicura di non essermelo immaginato.

Era proprio lui. Con tanto di etichetta: Max 3 per cliente.

Ora potrò finalmente fare la pizza o il pane o i panzerotti come tutti!

E poi ci lamentiamo che ingrasseremo.

“Signori, non mangiate!” dice la Me Bacchettona

Come?

Esiste la fame nervosa?

Avete ragione.

Ma tanto dal 4 maggio saremo tutti nei parchi a fare ginnastica. Tanti begli elefanti al sole.

Con la mascherina, però. E lontani almeno 1,5 metri dal nostro vicino.

Con la nostra panza a fare da distanziatore sociale.

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Ma è la spesa o lo Sbarco in Normandia? – Parte III Il Ritorno della Jedi

Prepararsi per la spesa, fare la spesa, tornare – vittoriosi – dalla spesa.

La prima volta che sei uscita pensavi che la parte veramente ardua fosse quella nel supermercato: con tutta quella folla e quelle code. Invece, dopo 5 settimane, ora sai che la vera sfida è tornare a casa. Al punto che ogni volta ti ritrovi a pensare come poter cucinare i gerani del balcone in maniera sfiziosa. Dite che Benedetta ha già inventato una ricetta ad hoc? Magari con le orchidee? No, perché le mie orchidee proprio non riescono a resistere a lungo, tanto vale andare di eutanasia e sacrificarle per una nobile causa.

Ma dicevamo, avete appena lasciato alle vostre spalle i 3 km di coda davanti al supermercato e con l’entusiasmo di Winnie The Pooh davanti al barattolo del miele, vi dirigete verso casa. Siccome il mio posto auto dista un buon 30 di m dal portone, mollo la macchina alla meno peggio (aka in maniera da non causare incidenti) nei pressi di casa e mi accingo alla tredicesima fatica di Ercole: quella che in realtà fece Deianira e che la spinse a fare indossare al marito il famoso mantello avvelenato. Scaricare la spesa.

Ah!Se solo fossimo nel mondo di Harry Potter e con un banale <baule locomotor> potessimo spostare 3 borse ed un carrello di spesa!

Esci dall’auto e ti dirigi verso il portabagagli. Con la forza di The Rock e la velocità di Beep Beep, recuperi la spesa e la depositi sul marciapiede. Chiudi l’auto. Ti allontani. Ti viene il dubbio di non avere chiuso. Posi le borse. Apri e richiudi l’auto. E punti dritta al portone.

Ti disinfetti le mani, prendi le chiavi, apri facendo attenzione a non toccare nulla che non siano le tue prodigiose chiavi e poi piazzi la prima borsa disponibile con il compito di tenere aperto il portone.

Sempre con il motivetto di Giochi senza Frontiere come colonna sonora, inizi a portare la spesa all’ascensore. Prima rampa, due borsone, posi, chiami l’ascensore con la nocca dell’indice destro e sbirci la buca delle lettere.

Riscendi la rampa, afferri l’altra borsa e, cosa più importante, il carrello. Ora, non so se a voi sia mai capitato di trainare un carrello da spesa di quelli per pensionati su per le scale, da pieno, ma vi assicuro che quelle simpatiche stringhe (lacci?Cordoni?Nastri?Non so come si chiamino) che si usano in palestra per fortificare i muscoli delle braccia, non sono nulla al confronto.

Sali un gradino, tiri il carrello, ti sbilanci, perdi 20 anni di vita, posizioni la borsa in maniera che faccia da contrappeso, sali il gradino. Ripetere la sequenza per tutta la rampa fino all’ascensore.

Quando arrivi al tuo appartamento, inizia la vera sfida. Come se finora tu avessi giocato a Super Mario.

Dopo avere aperto la porta sempre limitando i contatti non necessari, ti devi girare di spalle e toglierti le scarpe. Da quando Burioni in diretta tv ha dichiarato che le scarpe e gli indumenti dovrebbero essere bruciati prima di entrare in casa perché il virus potrebbe essere ovunque, la prima cosa che faccio al mio ritorno, è togliere le scarpe e portarle in veranda dove le spruzzo con l’alcool e le lascio decantare per almeno 24 ore prima di ritoccarle e riporle in casa.

Secondo step: lavati le mani una prima volta, coi guanti. Quindi, lavi i guanti. Rimuovi la mascherina e – ora che ne ho una di quelle riutilizzabili – la riponi anch’essa in veranda in attesa di avere il tempo di disinfettarla: il fatto che siano esplosi i 25 gradi negli ultimi giorni (30 nella mia veranda) aiuta non poco visto che secondo studi scientifici, il caldo è la cryptonite del virus sulle superfici.

Dopodichè, accompagnata da “Hey Ho” dei Sette Nani, ti armi di alcool e straccio e svuoti le borse e il carrello. Pardon, disinfetti borse e carrello e poi li svuoti.

Con zelo ed attenzione, prendi ogni singolo articolo, lo alcoolizzi e lo poni sul tavolo. La frutta nella rete? La laverai. Quella nella busta? Pulisci la busta e laverai la frutta. E via dicendo.

Quando avrai finalmente finito di riporre a posto la spesa, non dovrai fare altro che ripercorrere i tuoi passi a ritroso e disinfettare qualunque cosa tu (o ciò che indossi o hai toccato) abbia sfiorato.

Come minimo diventeremo campioni di triathlon quando tutto questo sarà finito. Avremo la stessa concentrazione dei campioni di scacchi, dei chirurghi o di quelli che vincono sempre a Jenga. Ma la resistenza, quella, mi sa che non l’avremo mai.

Finalmente hai terminato di alcoolizzare la casa (se le facessero il test del palloncino volerebbe via come quella del nonnino di Up), disinfetti la mascherina e per sicurezza la lasci lì in veranda con il suo meraviglioso clima sub-Sahariano. Poi vai in bagno, ti lavi le mani (2) e ti togli i guanti come hai imparato a fare guardando un video di un medico: dal rovescio, non toccando l’altro guanto se non con l’interno e finalmente crolli sulla prima superficie disponibile per riprenderti.

“O mamma!La macchina!Devo metterla a posto!”

Ti rivesti, ti rimetti la mascherina, recuperi le chiavi e via. Ho deciso, la prossima volta che uscirò dovrò procurarmi una tenda da decontaminazione.

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Ma è la spesa o lo Sbarco in Normandia? Parte I – Prepararsi

La prima volta è stata pura angoscia.

Non mettevo il naso fuori casa da almeno una settimana, nella quale avevano chiuso qualsiasi cosa non fosse necessaria. Salvo lasciare aperte le profumerie: non ne ho ben capito il motivo. Sei a casa per cui puoi lavarti quando vuoi. O puoi puzzare quanto vuoi.

Dopo una prima volta al cardiopalma, prepararsi per la spesa, è iniziato a somigliare ad una missione speciale per la quale super organizzarsi.

Primo Passo: la lista.

Va fatta rigorosamente seguendo l’ordine delle corsie. Il che presuppone che tu – soldato pronto la battaglia – sappia già in quali negozi andrai. E che suddetti negozi non ti spostino gli articoli.

Secondo Passo: equipaggiarsi.

Noi fanciulle, per prima cosa, dobbiamo legarci i capelli: si sa, quelli quando li vuoi fermi come una vela nella bonaccia, non stanno. In compenso quando li vorresti perfettamente in piega, vivono di vita loro. La ragione è molto semplice, eviti di toccarti il viso e di ritrovarti con un look alla Flock of Seagulls per via degli elastici.

Alla mia quarta spesa ho scoperto il carrellino pensionati style dei miei. Pratico, ha le ruote, e mi evita di dover mettere le mani su carrelli già usati da altri.

I guanti: 2 paia, mi raccomando. Perché sta pur sicuro che il primo si romperà e tu viaggerai col calzino pardon, guanto, bucato.

Il disinfettante, per chi ce l’ha. Visto che è diventato più raro di un discorso senza parolacce al Grande Fratello.

E poi, l’autocertificazione. Ce l’hai? E’ aggiornata? Compilata correttamente in tutte le sue postille? Le prime erano più semplici, quest’ultima versione (o almeno credo: ne ha emanata un’altra dal 26 di marzo?!) ti chiede anche l’indirizzo esatto dove andrai. Scegliere il supermercato diventa un matrimonio: non puoi cambiare idea dopo che hai visto la coda lunga 800 metri a spirali concentriche sotto una Bora pre-nevicata. Pena, multa! Credo, suppongo.

E la mascherina? Ora iniziano a diffondersi grazie agli arrivi in farmacia ma i primi tempi, gli italiani sono diventati popolo di saRti e inventori. Mascherine fatte con assorbenti, panni per i pavimenti, pannolini, garze, coppe di reggiseni (e mi raccomando a scegliere quella che sostiene di più!) e la grande vincitrice: la carta da forno.

Introdotta a noi popolo ignorante da Barbara Palombelli sotto consiglio di un medico, la carta da forno ha il grande pregio di non traspirare. Ergo, di non respirare. Per cui se hai il coronavirus ti infetti da solo e non gli altri. Peccato per quella cosina da nulla che si chiama <respirare con regolarità>. Risultato? Andare in giro boccheggiando come il pesce rosso fuggito dalla boccia.

E una piacevole sensazione di pelle liscia e priva di grasso quando toglierai la mascherina.

Mia mamma si è specializzata: ha iniziato con la borsa della spesa in tessuto non tessuto al cui interno ha inserito la carta forno; ha raggiunto il massimo della genialità (e badate bene, non è sarcasmo!) usando un vecchio lenzuolo di quelli che per stirarli ci vuole olio di gomito e candela di Lourdes. E dentro l’immancabile carta da forno. Sono figlia di un genio!

Ma ecco il primo problema. Aprirei una parentesi dedicata a quelli come me. I Quattrocchi. Quelli che senza occhiali non sarebbero in grado di riconoscere se stessi davanti a uno specchio. Quelli che se girano senza lenti finiscono in ospedale: per trauma cranico e frattura di entrambe le gambe.

Queste amabili mascherine hanno il brutto vizio di non sapere quale sia il loro posto. Troppo su non ci vedi, troppo giù ti si appannano le lenti (e quindi non ci vedi). Improvvisamente, è nebbia in Val Padana. Io, ad esempio, sono entrata dal macellaio l’altro giorno e l’effetto sauna finlandese si è impossessato delle lenti. “Cosa le do, signora?” – “500 g di tritata fritta di vino e…???”. No, era <tritata mista di bovino e maiale>, disse lei dopo aver avvicinato il foglietto a distanza 2 cm dalla faccia.

Ma ehi, in questo momento di clausura un po’ di emozione ci vuole!

Dopo che ti sei bardato, pronto per una missione nel deserto durante una tempesta di sabbia, esci di casa. Scendi le scale evitando di toccare il mancorrente, apri il portone usando il mignolo e sei fuori. All’aria aperta, su un marciapiede, e per qualche secondo ti sembra tutto bellissimo. Persino le cacche di cane profumano di rose. Fai due passi, esci dalla tua – mia – zona deserta e…Ma questo ve lo racconto un’altra volta.

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The Lady and Her Books. WTF?

La domanda nasce spontanea, come usava dire Lubrano anni fa nel suo programma tv: perché? Chi è la Lady?

La Lady è Ella Fitzgerald.

Il nome è venuto fuori ascoltando la sua musica. Non sapevo cosa scegliere, anni fa, come nickname su Telefilm Addicted, per cui andai d’istinto, ed ora, dopo 7 anni e qualche modifica, eccolo qui.

Ascoltavo la versione di “Blue Moon” che la Fitzgerald fece ad Hollywood nel ’56. Come sempre la grande artista del jazz, divertiva se stessa e il pubblico con i suoi giochi di voce, le sue improvvisazioni, quando feci caso che quella versione non era solo molto più ritmata delle solite ma…era proprio diversa.

Ella dialogava col pubblico. Ad un certo punto la si sente distintamente dire che sperano di aver esaudito la richiesta del pubblico anche se hanno “incasinato” (messing up nel testo) la canzone.

E non era nemmeno la prima volta.

Quando cantò “Mack the Knife” a Berlino, non ricordò un pezzo della canzone ed inventò. Stessa cosa fece interpretando “Hello Dolly”.

La sua grandezza non era la sua voce ma la capacità di navigare a vista con l’orchestra. Quel giocare con le parole e le note. Ascoltarla significa percepire il suo divertimento nel cantare.

Ed io ho sempre detto che se potessi reincarnarmi in un personaggio del passato sceglierei lei non perché sia stata una delle più grandi ma perché ha saputo trasmettere quanto amasse fare quel che faceva e quanto si divertisse nel farlo.

E la parte “her books” del nome? Bhè, nel blog parlerò moltissimo di libri ma non solo di quello. Non temete. Si parlerà di musica, di cinema e tv ma anche delle avventure della vita di tutti i giorni.

Questo blog compie i primi passi in un periodo nero per l’Italia e per il Mondo intero.

Ed oggi ho pensato di partire da lì per il mio primo vero post sul blog.

Voglio poter ridere e far ridere anche voi delle assurdità di questa situazione.

Nella tragedia c’è sempre un po’ di commedia e per sopravvivere, dobbiamo imparare a riderne.

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Chi sono?

Ciao!

Mi presento. Sono Angela e vivo a Torino.

Sono un’educatrice e lavoro con i ragazzi delle scuole medie inferiori ma sogno di lavorare con i libri, un giorno.

Non ricordo quando io abbia iniziato ad amare i libri ma so per certo che una cosa che ho sempre adorato sono le storie: le favole raccontate dai miei o dalle maestre, le storie di vita vera raccontate dagli adulti, i racconti del passato con cui allietano pranzi e cene i miei parenti e amici. C’è qualcosa di magico in una storia: è un modo per conoscere gli altri ed un modo per conoscere se stessi.

Sarà per questo che ho studiato Storia all’Università. Non si può capire dove andare senza sapere da dove si arriva.

Chi sono? E’ una domanda importante.

Sono una donna, un’educatrice, una sorella, una figlia, un’amica, un’appassionata di storie. Leggo libri, guardo film e serie tv. Scrivo per un sito di telefilm da ormai 7 anni e nulla mi meraviglia come l’abilità di raccontare.

Ho iniziato per scherzo pubblicando foto su Instagram delle mie letture. Poi ho collegato una pagina FB ma da tempo mi sono accorta che non è abbastanza. Vorrei scrivervi, raccontarvi di più.

Per cui eccomi.