Orgoglio e Pregiudizio a Paperopoli

È una verità universalmente riconosciuta che una janeites si fiondi su ogni prodotto tratto dai libri della mitica zia Jane.

Sia che si tratti di pura curiosità, sia che si tratti di semplice voglia di criticare l’ennesima furba operazione commerciale con mercato sicuro, sia che si tratti di voglia di apprezzare reali estimatori dell’opera dell’inimitabile scrittrice britannica, la janeites non rimarrà mai insoddisfatta.

Teresa Radice e Stefano Turconi hanno curato per la Panini Comics una versione di “Orgoglio e Pregiudizio” che rientra senza dubbio nell’ultima categoria: i conoscitori ed estimatori della zia Jane.

La storia è stata divisa in tre volumi e pubblicata sui numeri 3292, 3293 e 3294 di “Topolino” e quest’anno è stata raccolta in un unico libro messo a disposizione del pubblico. Io l’ho acquistata sul sito della Panini.

Raccontata da Jane Ducksten alla sua amica Martha Lloyd nel cottage di Winchester (luogo della biografia austeniana), la storia di Elizabeth Bennet – pardon, Pennet – e di Mr Donald Duckcy resta fedele all’originale almeno negli eventi fondamentali. Tutto il resto è adattato al mondo di Paperopoli che tanto ci è caro.

Ne risulta un elogio della narrativa austeniana che fra i suoi pregi più importanti ha l’aver creato un mondo di personaggi universali, i quali parlano allo spettatore di vite e caratteri che trascendono il tempo e il luogo.

La Famiglia Pennet

Ciò è possibile grazie ad una scelta perfettamente calzante degli attori paperi per interpretare i personaggi del romanzo austeniano. Se i due protagonisti sono ovviamente Paperina e Paperino, la famiglia Pennet vede Brigitta nei panni della zia Bridget Pennet, quelli di Nonna Papera in un ruolo omologo a quello del Signor Bennet, mentre le tre nipotine di Paperina – April, May e June – sono Mary, Kitty e Lydia Pennet alle quali si aggiunge un’altra papera bionda nei panni di Jane. Chiquilotte – amica di Lizzie – non poteva che essere Chiquita mentre un sempre imbranatissimo Paperoga veste i panni di Fethry (nome originale di Paperoga) Bingpap. Amelia è la sua antipatica sorella che ostacolerà la relazione con Jane, a Gastone il ruolo dell’odioso Gaston Wickham mentre è Pico de Paperis a vestire le penne del cugino Picollins. Le avventure in veste paperi della famiglia Pennet non sarebbero state complete senza l’equivalente di Lady Catherine de Bourgh e chi meglio dello zione Paperon de’ Paperoni per farne le veci? Ovviamente siccome parliamo del papero più taccagno di Inghilterra, dimenticate lo sfarzo e il lusso della Rosings del libro: il castello/deposito di Lord Paperon de Bourgh è un tugurio, pieno di spifferi, ragnatele, con poche stoviglie elemosinate chissà dove. Fortuna che Archimede nei panni del cugino di Duckcy, Archibald Fitzarchibald, terrà compagnia a Lizzie. Ad accompagnare la nostra eroina a Pemberly saranno, infine, Miss Paperett e Ciccio nei panni degli zii Goosiner.

Ecco alcuni dei personaggi impaperati per l’occasione

Insomma, ciascuno dei paperi scelti per vestire i panni dei personaggi austeniani non avrebbe potuto essere scelto meglio e il lettore dei fumetti di “Topolino” e conoscitore del romanzo “Orgoglio e Pregiudizio” si ritrova in più di un’occasione a pensare che hanno fatto la scelta giusta.

A fare da contorno alla narrazione abbiamo le illustrazioni di Stefano Turconi, curate in ogni dettaglio, che proiettano il lettore nei luoghi della storia e, in pieno stile “Topolino”, il simpatico umorismo semplice e geniale insieme.

Ecco due esempi:

Notate il titolo del libro che il cugino Picollins sta leggendo: “L’opprimente pesantezza dell’uggia”
…o il Derbyshire che esplode dell’amore della popolazione per Duckcy

Insomma, sono molto entusiasta di questa versione a fumetti. Nonostante le obbligate modifiche alla trama, lo spirito del libro è rimasto intatto e l’umorismo inossidabile e ineguagliabile del mondo di “Topolino” ha offerto una nuova occasione ai suoi lettori più giovani – ma anche non più giovani – di conoscere i classici ed avvicinarsi alla loro lettura.

E l’immagine scelta per la copertina è decisamente deliziosa.

Se siete fan di Jane Austen, o anche del solo “Orgoglio e Pregiudizio”, questa rivisitazione è caldamente consigliata.

Scarlett O’Hara – Un’eroina fuori dal suo tempo?

Scarlett O’Hara. Probabilmente una delle eroine più note e controverse della letteratura e del cinema.

Egocentrica, avida, senza scrupoli. Resiliente, tenace, intraprendente, coraggiosa.

Riesce a farsi odiare ed amare in egual misura ma leggendo la sua storia, è inevitabile comprendere che prima di tutto, Rossella o Scarlett, è vittima – riottosa – della morale del suo tempo.

Una grossa dicotomia dilania il suo personaggio fin dall’inizio: da un lato c’è la brava gentildonna del Sud, quella perfettamente incarnata da sua madre Ellen e da Melanie, le cui due figure si passano il testimone prima e sovrappongono infine nella vita di Scarlett.

Dall’altro c’è quella che Margaret Mitchell chiama «la parte irlandese» di Scarlett, quella ereditata dal padre, che è avventurosa, inquieta, ostinata, riluttante ad essere diversa da quella che è, solo per compiacere gli altri.

Scarlett imparò a nascondere agli uomini l’acuta intelligenza dietro un visetto dolce e mite come quello di una neonata. (p. 83)

Da un lato c’è una società che la vorrebbe sciocca, buona, altruista, perfettamente a modo, modesta, silenziosa; dall’altro c’è un istinto che molto presto ha il sopravvento e che la costringe a prendere in mano la sua vita a qualunque costo, anche quello di diventare paria per i suoi conoscenti. In un altro contesto storico-geografico, Scarlett sarebbe stata amata, stimata, temuta da tutti; nell’America della Ricostruzione, la giovane O’Hara è disprezzata e, malgrado quello che dica nel romanzo, è chiaro che quella solitudine e quel rifiuto la facciano soffrire.

La dicotomia fra il “dover essere” e il vero “essere” si perpetua nel romanzo attraverso i numerosi dualismi presenti nella vita di Scarlett.

Il mio problema invece è sempre stato cercare di non essere me stessa! (p. 1064)

In primo luogo, Tara-Atlanta. La bucolica residenza natia di Scarlett, con la sua terra rosso sangue, i suoi filari di cespugli e i tramonti mozzafiato, dove affondano le radici dell’animo della ragazza, luogo di duro lavoro ma anche sinceri e semplici rapporti. Dall’altro c’è Atlanta: dinamica, resiliente come Scarlett, intraprendente, dove tutto sembra possibile, dove le convenzioni sociali possono essere spinte al limite in virtù di un apparente libertà e possibilità economiche nuove.

Scarlett è divisa tra le due: attratta da Atlanta, nella quale si identifica perché vi legge la stessa voglia di ribellione che anima il suo spirito irlandese ma nei momenti di crisi, quelli più dolorosi, è a Tara che corre. La familiare Tara, i cui contorni le ricordano che c’è sempre speranza, che lei ce la può fare.

Le pareva quasi di sentire il polso costantemente accelerato della città battere all’unisono con il suo. (p. 180)

Un rapporto, quello con Tara, che diventa più sanguigno dopo il periodo in cui la tenuta degli O’Hara rivive grazie ai suoi sforzi. Il legame con la residenza di famiglia, l’amore per la terra – che per stessa ammissione di Scarlett è superiore all’amore per chiunque essere umano della sua vita – il ricordo – o per meglio dire, le cicatrici – lasciatole dal periodo in cui lei e i suoi patirono la fame, diventano il motore della vita di Scarlett. L’altare sul quale sacrifica ogni pezzo di Ellen che le era rimasto dentro.

L’altro grande dualismo – probabilmente il più famoso – è quello fra i due uomini della sua vita: Ashley Wilkes e Rhett Butler.

Da un lato abbiamo Ashley, lo specchio delle aspettative che la società del Sud aveva per le fanciulle: gentiluomo, educato, istruito, cresciuto per vivere di rendita sulle spalle del duro lavoro nelle piantagioni. Ashley è anche l’unico pretendente della giovane Scarlett che non cede alle sue arti, rafforzando l’ostinazione della ragazza nel desiderarlo, e divenendo proiezione di tutto ciò che lei non potrà mai ottenere ma allo stesso tempo desidera: essere come vorrebbe la società del Sud. Solo troppo tardi Scarlett capirà di non aver amato il vero Ashley ma la proiezione delle sue speranze e che forse, se l’uomo avesse scelto lei e non Melanie, non sarebbero stati felici insieme perché lei avrebbe sempre dovuto fingere di essere qualcuno che non è.

Ashley non è mai esistito, se non nella mia immaginazione, pensò fiaccamente. Amavo qualcosa che mi ero inventata io, qualcosa che è morto così come è morta Melly. Avevo confezionato un bell’abito e me ne ero innamorata e quando Ashely si presentò in groppa al suo destriero, così bello, così diverso, gli misi addosso quell’abito e glielo feci portare senza badare a che gli andasse bene o no. Mi sono sempre rifiutata di vederlo com’era veramente. Ho persistito ad amare quel bell’abito, e non lui. (p. 1172)

Dall’altro abbiamo Rhett, così simile a Scarlett da essere l’unico in grado di vederla per quello che è realmente. Rhett è tutto ciò che Scarlett odia di se stessa: l’avidità, l’arrivismo, la scaltrezza dell’uomo sono ciò che Scarlett possiede ma giustifica con la volontà di non patire più la fame. Scarlett rifiuta anche solo l’idea di potere amare Rhett perché ammettere di essere innamorata di lui implica ammettere che l’ideale rappresentato da Ellen e Melanie, è un ideale al quale lei non potrà mai conformarsi; nel quale non si riconosce. Capire che essersi incaponita nell’amare l’ideale di Ashley le aveva impedito di comprendere quanto amasse Rhett, è ciò che la risveglia del tutto.

Questo meccanismo a specchio è presente anche nel rapporto di odio/amore che la lega a Melanie. La moglie di Ashley diventa un parallelo della madre di Scarlett: un esempio di perfezione al quale Scarlett ambisce ma non vuole conformarsi, un modello di comportamento che la giovane O’Hara rifiuta ma dal quale trae forza e che la ama senza condizioni. Scarlett comprende troppo tardi l’importanza che Melanie ha nella sua vita ed è solo quando finalmente capisce che vedere Melanie equivaleva a vedere tutto ciò che lei non era in grado di essere, che Scarlett comprende quanto le figure di Mrs Wilkes e di Ellen O’Hara fossero state importanti nella sua vita.

Tutt’a un tratto fu come se dietro quella porta chiusa giacesse in punto di morte Ellen, e Scarlett di ritrovò a Tara con il mondo che le crollava addosso, disperata al pensiero di non poter andare avanti senza la forza formidabile dei deboli, dei miti, dei puri di cuore. (p. 1168)

Scarlett è un’unica grande contraddizione: nei suoi pensieri è meschina ed egoista ma poi sacrifica se stessa per poter mantenere coloro che la circondano. La leggiamo preoccuparsi dei suoi abiti e del suo aspetto ma poi non ha paura a sporcarsi le mani. Se è vero che nel corso del libro diventa man mano sempre più gretta è anche vero che il suo percorso non è in direzione di una redenzione spirituale – per così dire – ma verso l’appropriazione di se stessa. L’accettazione di sé, quella autentica, che non consiste nell’infischiarsene dell’opinione altrui ma nel rendersi conto che Ashley/il sogno della perfezione sono, per l’appunto, solo un sogno, un’illusione, mentre la realtà/Rhett è ciò che vuole veramente e che la può rendere felice.

Il personaggio di Scarlett si può amare o odiare ma è impossibile per me non ammirare profondamente la sua tenacia che come «coloro che non sanno cosa sia la sconfitta nemmeno quando l’hanno di fronte» le fa rialzare la testa perché «dopotutto, domani è un altro giorno».