Ma è la spesa o lo Sbarco in Normandia? Parte I – Prepararsi

La prima volta è stata pura angoscia.

Non mettevo il naso fuori casa da almeno una settimana, nella quale avevano chiuso qualsiasi cosa non fosse necessaria. Salvo lasciare aperte le profumerie: non ne ho ben capito il motivo. Sei a casa per cui puoi lavarti quando vuoi. O puoi puzzare quanto vuoi.

Dopo una prima volta al cardiopalma, prepararsi per la spesa, è iniziato a somigliare ad una missione speciale per la quale super organizzarsi.

Primo Passo: la lista.

Va fatta rigorosamente seguendo l’ordine delle corsie. Il che presuppone che tu – soldato pronto la battaglia – sappia già in quali negozi andrai. E che suddetti negozi non ti spostino gli articoli.

Secondo Passo: equipaggiarsi.

Noi fanciulle, per prima cosa, dobbiamo legarci i capelli: si sa, quelli quando li vuoi fermi come una vela nella bonaccia, non stanno. In compenso quando li vorresti perfettamente in piega, vivono di vita loro. La ragione è molto semplice, eviti di toccarti il viso e di ritrovarti con un look alla Flock of Seagulls per via degli elastici.

Alla mia quarta spesa ho scoperto il carrellino pensionati style dei miei. Pratico, ha le ruote, e mi evita di dover mettere le mani su carrelli già usati da altri.

I guanti: 2 paia, mi raccomando. Perché sta pur sicuro che il primo si romperà e tu viaggerai col calzino pardon, guanto, bucato.

Il disinfettante, per chi ce l’ha. Visto che è diventato più raro di un discorso senza parolacce al Grande Fratello.

E poi, l’autocertificazione. Ce l’hai? E’ aggiornata? Compilata correttamente in tutte le sue postille? Le prime erano più semplici, quest’ultima versione (o almeno credo: ne ha emanata un’altra dal 26 di marzo?!) ti chiede anche l’indirizzo esatto dove andrai. Scegliere il supermercato diventa un matrimonio: non puoi cambiare idea dopo che hai visto la coda lunga 800 metri a spirali concentriche sotto una Bora pre-nevicata. Pena, multa! Credo, suppongo.

E la mascherina? Ora iniziano a diffondersi grazie agli arrivi in farmacia ma i primi tempi, gli italiani sono diventati popolo di saRti e inventori. Mascherine fatte con assorbenti, panni per i pavimenti, pannolini, garze, coppe di reggiseni (e mi raccomando a scegliere quella che sostiene di più!) e la grande vincitrice: la carta da forno.

Introdotta a noi popolo ignorante da Barbara Palombelli sotto consiglio di un medico, la carta da forno ha il grande pregio di non traspirare. Ergo, di non respirare. Per cui se hai il coronavirus ti infetti da solo e non gli altri. Peccato per quella cosina da nulla che si chiama <respirare con regolarità>. Risultato? Andare in giro boccheggiando come il pesce rosso fuggito dalla boccia.

E una piacevole sensazione di pelle liscia e priva di grasso quando toglierai la mascherina.

Mia mamma si è specializzata: ha iniziato con la borsa della spesa in tessuto non tessuto al cui interno ha inserito la carta forno; ha raggiunto il massimo della genialità (e badate bene, non è sarcasmo!) usando un vecchio lenzuolo di quelli che per stirarli ci vuole olio di gomito e candela di Lourdes. E dentro l’immancabile carta da forno. Sono figlia di un genio!

Ma ecco il primo problema. Aprirei una parentesi dedicata a quelli come me. I Quattrocchi. Quelli che senza occhiali non sarebbero in grado di riconoscere se stessi davanti a uno specchio. Quelli che se girano senza lenti finiscono in ospedale: per trauma cranico e frattura di entrambe le gambe.

Queste amabili mascherine hanno il brutto vizio di non sapere quale sia il loro posto. Troppo su non ci vedi, troppo giù ti si appannano le lenti (e quindi non ci vedi). Improvvisamente, è nebbia in Val Padana. Io, ad esempio, sono entrata dal macellaio l’altro giorno e l’effetto sauna finlandese si è impossessato delle lenti. “Cosa le do, signora?” – “500 g di tritata fritta di vino e…???”. No, era <tritata mista di bovino e maiale>, disse lei dopo aver avvicinato il foglietto a distanza 2 cm dalla faccia.

Ma ehi, in questo momento di clausura un po’ di emozione ci vuole!

Dopo che ti sei bardato, pronto per una missione nel deserto durante una tempesta di sabbia, esci di casa. Scendi le scale evitando di toccare il mancorrente, apri il portone usando il mignolo e sei fuori. All’aria aperta, su un marciapiede, e per qualche secondo ti sembra tutto bellissimo. Persino le cacche di cane profumano di rose. Fai due passi, esci dalla tua – mia – zona deserta e…Ma questo ve lo racconto un’altra volta.

The Lady and Her Books. WTF?

La domanda nasce spontanea, come usava dire Lubrano anni fa nel suo programma tv: perché? Chi è la Lady?

La Lady è Ella Fitzgerald.

Il nome è venuto fuori ascoltando la sua musica. Non sapevo cosa scegliere, anni fa, come nickname su Telefilm Addicted, per cui andai d’istinto, ed ora, dopo 7 anni e qualche modifica, eccolo qui.

Ascoltavo la versione di “Blue Moon” che la Fitzgerald fece ad Hollywood nel ’56. Come sempre la grande artista del jazz, divertiva se stessa e il pubblico con i suoi giochi di voce, le sue improvvisazioni, quando feci caso che quella versione non era solo molto più ritmata delle solite ma…era proprio diversa.

Ella dialogava col pubblico. Ad un certo punto la si sente distintamente dire che sperano di aver esaudito la richiesta del pubblico anche se hanno “incasinato” (messing up nel testo) la canzone.

E non era nemmeno la prima volta.

Quando cantò “Mack the Knife” a Berlino, non ricordò un pezzo della canzone ed inventò. Stessa cosa fece interpretando “Hello Dolly”.

La sua grandezza non era la sua voce ma la capacità di navigare a vista con l’orchestra. Quel giocare con le parole e le note. Ascoltarla significa percepire il suo divertimento nel cantare.

Ed io ho sempre detto che se potessi reincarnarmi in un personaggio del passato sceglierei lei non perché sia stata una delle più grandi ma perché ha saputo trasmettere quanto amasse fare quel che faceva e quanto si divertisse nel farlo.

E la parte “her books” del nome? Bhè, nel blog parlerò moltissimo di libri ma non solo di quello. Non temete. Si parlerà di musica, di cinema e tv ma anche delle avventure della vita di tutti i giorni.

Questo blog compie i primi passi in un periodo nero per l’Italia e per il Mondo intero.

Ed oggi ho pensato di partire da lì per il mio primo vero post sul blog.

Voglio poter ridere e far ridere anche voi delle assurdità di questa situazione.

Nella tragedia c’è sempre un po’ di commedia e per sopravvivere, dobbiamo imparare a riderne.

Chi sono?

Ciao!

Mi presento. Sono Angela e vivo a Torino.

Sono un’educatrice e lavoro con i ragazzi delle scuole medie inferiori ma sogno di lavorare con i libri, un giorno.

Non ricordo quando io abbia iniziato ad amare i libri ma so per certo che una cosa che ho sempre adorato sono le storie: le favole raccontate dai miei o dalle maestre, le storie di vita vera raccontate dagli adulti, i racconti del passato con cui allietano pranzi e cene i miei parenti e amici. C’è qualcosa di magico in una storia: è un modo per conoscere gli altri ed un modo per conoscere se stessi.

Sarà per questo che ho studiato Storia all’Università. Non si può capire dove andare senza sapere da dove si arriva.

Chi sono? E’ una domanda importante.

Sono una donna, un’educatrice, una sorella, una figlia, un’amica, un’appassionata di storie. Leggo libri, guardo film e serie tv. Scrivo per un sito di telefilm da ormai 7 anni e nulla mi meraviglia come l’abilità di raccontare.

Ho iniziato per scherzo pubblicando foto su Instagram delle mie letture. Poi ho collegato una pagina FB ma da tempo mi sono accorta che non è abbastanza. Vorrei scrivervi, raccontarvi di più.

Per cui eccomi.